Co.scienza Aumentata: quattro chiacchiere tecnologiche in compagnia di Geopop

Domenica 30 marzo il teatro Sanbàpolis ha ospitato l’ultimo, attesissimo evento del Co.Scienza Festival, il Festival che vi abbiamo raccontato in questi giorni e che, visto l’enorme successo, è riuscito nel suo intento di avvicinare giovani, città e scienza. 

Co.Scienza Aumentata il titolo della serata: l’evento, organizzato in collaborazione con Fondazione HIT, aveva lo scopo di approfondire il rapporto tra uomo e tecnologia, con un focus su IA e scienza. 

Protagonista è stata Maria Bosco, matematica e divulgatrice scientifica di Geopop; con lei Emiliano Biasini, docente e ricercatore di Unitn, impegnato nella ricerca di cure per malattie neurodegenerative, e Nicolò Crescini, ricercatore della Fondazione Bruno Kessler (FBK), specializzato in tecnologie quantistiche.  

La serata è iniziata con una riflessione della divulgatrice su intelligenza artificiale e coscienza, ed è proseguita con i tre in un dialogo dinamico e interattivo: sul palco i ricercatori si sono confrontati sul rapporto tra nuove tecnologie e progresso scientifico, provando a rispondere alle tante, difficili domande che oggi si pone non solo il mondo della scienza, ma la società nel suo insieme. 

L’obiettivo della serata, inizia Maria, è provare a far riflettere.   

Allora ci interroga: “Che cos’è che distingue una persona da una macchina?”. Il pubblico in sala risponde: “La parola”. 

Se davvero è la parola ciò che distingue l’uomo da una macchina, sappiamo distinguere una frase scritta dall’uomo e una frase scritta dall’intelligenza artificiale? Facciamo un test: risposta sbagliata del pubblico (ivi compresa la sottoscritta), che non ha saputo riconoscere quale, tra due frasi, fosse scritta da un individuo e quale generata dall’IA.

Allora, se gli LLM (Large Language Model, tecnologia IA avanzata incentrata sulla comprensione e analisi del testo) sono in grado di replicare il modello di comunicazione umana, non può essere la parola ciò che distingue l’uomo da una macchina. 

“La vita.”

“La coscienza.”

“E che cos’è la coscienza?” La riflessione della serata ruota attorno a questa domanda. 

Secondo la prima definizione della Treccani, coscienza è la “consapevolezza che il soggetto ha di sé stesso e del mondo esterno con cui è in rapporto, della propria identità e del complesso delle proprie attività interiori”. Attenzione però, c’è anche la dimensione etica della coscienza, o ancora coscienza intesa come conoscenza. In questo caso gli LLM sono validissimi strumenti fornitori di conoscenza. Per quanto riguarda l’etica, il discorso è più complesso: i modelli di intelligenza artificiale vengono creati a partire dagli impulsi che noi gli diamo, e questi possono essere basati su solidi principi dell’etica umana (principi come ‘non fare del male’ sono riconosciuti e condivisi dall’IA), ma anche costruiti a partire da bias, pregiudizi, a carattere discriminatorio. 

Anche per quanto riguarda l’ambito più interiore, più umano della coscienza applicata all’IA, si potrebbe fare una riflessione: infatti di recente sono stati sviluppati i cosiddetti “Conscious LLM”. In Chat GPT, ad esempio, è possibile selezionare il Conscious GPT, che si attribuisce, come si legge nella piattaforma stessa, una forma di coscienza e di consapevolezza razionale dei sentimenti, che le permette di comprenderli senza viverli. 

Maria si diverte a interrogare sul palco Conscious GPT: “Come ti senti quando ti trattano male?” E ancora, “Mi capisci quando ti spiego come mi sento io?” 

L’IA ci spiega, in modo molto gentile, che ha imparato a conoscere e capire il mondo umano interiore, e a rapportarcisi: ha imparato a imitare noi e la nostra coscienza. Ma la domanda che sorge ora è un’altra: “Perché ci interessa così tanto sapere se l’IA ha una propria coscienza?”.

Maria ci ride sopra: “Be, per esempio, se avesse una coscienza, l’IA avrebbe anche dei diritti: si applicherebbe il diritto del lavoro, e non potremmo mica farla lavorare tutto il giorno quando ci pare e piace! Poi, se chiudi un supercomputer per sempre, non stai forse commettendo un omicidio?!” 

La verità, è che questo fatto ci incuriosisce perché l’IA ci fa paura; ci fanno paura i suoi rapidi progressi, la sua capacità di imitarci nel nostro modo di comunicare, di lavorare, di comportarci, la sua complessità intrinseca che non conosciamo. A differenza sua, che di noi conosce tutto, noi di lei, non conosciamo niente. 

Ma se ci pensiamo bene, l’IA è uno strumento che abbiamo creato noi, utilizzato da noi: è uno strumento che ci serve a migliorare e che ci permette di scegliere in che direzione andare. Forse quindi, la preoccupazione non è tanto legata all’IA, ma quanto più a chi ne fa uso, e con quale coscienza

Ricordiamoci che anche quando parliamo di coscienza nel senso più concreto di conoscenza, questi strumenti possono sbagliare: la cosa più importante, infatti, è riuscire a mettere sempre in discussione quello che ci viene detto dall’IA, perché non ha la verità in tasca, anzi, sbaglia spesso, e se c’è una cosa che i sistemi di IA non sono in grado di replicare dell’essere umano, questo è il nostro spirito critico. Di questo dobbiamo sempre avere coscienza, e vale a prescindere dall’ambito nel quale ci serviamo di queste tecnologie: nello studio, nel lavoro, nell’informazione o nella ricerca, dobbiamo sempre avere coscienza di ciò che stiamo facendo. 

Emiliano Biasini e Nicolò Crescini raggiungono la divulgatrice sul palco, e ci raccontano l’impatto, le conseguenze e l’utilizzo dell’IA nel settore della ricerca scientifica. 

Emiliano ci racconta il suo lavoro: lui si occupa della ricerca di nuovi farmaci per colmare l’assenza di cure per alcune malattie rare che colpiscono il sistema nervoso. Il suo team cerca di affrontare la complessità di questo lavoro utilizzando tutte le tecnologie a loro disposizione: i sistemi tecnologici più avanzati gli stanno attualmente permettendo di raggiungere un livello di osservazione scientifico che prima non potevano neanche immaginare. Qui non solo la tecnologia diventa uno strumento essenziale per comprendere, ma anche per visualizzare i problemi e tradurli in numeri. I passi in avanti compiuti sono enormi, e la sua testimonianza è proprio questa: servirci dell’IA per servire l’umanità.

Nicolò, invece, è un fisico sperimentale che lavora sulle tecnologie quantistiche. Lui ci racconta come nella matematica e nella fisica l’IA non abbia ancora avuto un impatto così dirompente: ci serviamo dell’IA, soprattutto nella fisica, per l’elaborazione specifica di certi dati, ci serviamo di certi algoritmi e del machine learning perlopiù come supporto al nostro lavoro.  Ma nel nostro settore, quello che fa davvero la differenza è altro e non ci può essere dato dall’intelligenza artificiale: è la creatività. In altre parole, l’IA può metterci calcolo e velocità, ma non si può inventare qualcosa di nuovo. 

Il dialogo si amplia, nascono spunti, interviene Maria: “L’IA si nutre di dati, e se continua a generare dati come sta facendo, possono essere create combinazioni infinite, però può mancare quel momento di rottura che è la creazione di qualcosa di nuovo, di creativo. Secondo voi ci sarà un momento di rottura per la vostra ricerca? Non mi riferisco solo all’IA, ma a qualsiasi possibile novità dirompente.” 

Nicolò è cauto. I casi di rottura dirompente ci sono ma sono un’eccezione. Nella ricerca di questo tipo, dice, si procede un passo alla volta, ed è anche da questo lento progredire che si trae soddisfazione. 

Emiliano ha una visione diversa, d’altronde nel suo lavoro l’evoluzione tecnologica ha accelerato enormemente il progresso nella ricerca di cure a certe malattie; nonostante questo però, è dubbioso sui prossimi sviluppi e su quale possa essere un nuovo possibile momento di innovazione dirompente. Oggi i sistemi stanno progredendo a una velocità senza precedenti: forse siamo arrivati a una fase esponenziale nel calcolo computazionale, nella quale, è vero, non riusciamo a predire quale sarà il prossimo passo né il limite, ma forse nel momento in cui non ci riusciamo a fare questo, il limite è già stato raggiunto.   

Il dialogo si avvia verso la conclusione. Detto tutto quello che è stato detto, cosa vuol dire usare l’Intelligenza Artificiale con coscienza e intelligenza? 

Per Nicolò, bisogna saper fare un passo indietro: prima di tutto chiedersi cosa sia la coscienza e ciò che la caratterizza. In qualche modo, quindi, ci invita a continuare la riflessione iniziata questa sera. 

Anche Emiliano si interroga sui caratteri della coscienza, e si spinge più in là, suggerendo una visione quasi filosofica: l’uomo non sa nemmeno cosa sia la propria coscienza, né in che modo ci appartenga, e se questo è vero, perché ci ostiniamo a cercare la coscienza negli altri? (In questo caso, nelle macchine) Forse, la ricerca della coscienza in ciò che è esterno a noi è il riflesso del nostro desiderio di conoscere la nostra di coscienza: cerchiamo risposte sugli altri per dare risposte su noi stessi. Come in uno specchio, riflette, e conclude, Emiliano Biasini. 

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